L’uragano Hunt

Cari lettori e lettrici immaginari/e,

non so quanto le affermazioni di Sir Tim Hunt riguardo il suo rapporto difficile con le donne in laboratorio abbiano fatto scalpore in Italia. Qui nel Regno Unito hanno causato non solo le dimissioni forzate dalla UCL (University College of London) del suddetto professore, ma anche una scia di dibattiti e polemiche in tutto il mondo accademico scientifico, e non solo.

Faccio un breve riassunto degli eventi per chi non fosse informato. Timothy Hunt, insignito anche del titolo Sir poiché membro della Royal Society, classe 1943, premio Nobel per la Medicina nel 2001, era ospite alla Conferenza mondiale del giornalismo scientifico a Seoul, in Corea, quando il fattaccio è avvenuto. Lo scienziato di fama mondiale, ha terminato un intervento rivolto ad un pubblico femminile dal titolo “Scienza creativa. Solo un gioco?“, con le seguenti parole:

E’ strano che abbiano chiesto di parlare ad un pubblico di scienziate proprio ad uno sciovinista come me. Fatemi parlare dei miei problemi con le ragazze. Succedono tre cose quando sei in laboratorio con loro: ti innamori, loro si innamorano di te, e quando le critichi piangono. Forse dovremmo istituire laboratori separati per maschi e femmine.

Sono sicura che la maggioranza di voi non vedrà nulla di strano in queste parole, né tanto meno le giudicherà offensive o sessiste. Anche perché questo genere di discorsi risuona tutti giorni tra le pareti dei laboratori, nelle aule universitarie, nei corridoi dei dipartimenti.

Non tutte le scienziate presenti alla conferenza hanno preso queste dichiarazioni come inoffensive ed hanno subito twittato commenti che le hanno  fatto diventare virali, e hanno portato alle dimissioni di Tim Hunt dal suo posto alla UCL.

Non so cosa gli sia passato per la testa. Di sicuro ha dato voce ad una folta schiera di accademici e non solo, che la pensa esattamente come lui. La cosa che fa riflettere non è il discorso sessista di per sé. Il problema è che commenti e battute di questo tipo sono prassi comune, e se escono dalla bocca di un blasonato premio Nobel durante una manifestazione ufficiale, hanno un peso ancora maggiore, avvalorando quelle fatte di routine ogni giorno.

Molti si sono indignati del trattamento riservato ad Hunt e delle reazioni delle scienziate. Alcuni hanno parlato di gogna mediatica. Personalmente penso che le sue dimissioni siano state giuste. Qui in UK esiste una legge contro la discriminazione sul posto di lavoro, anche se molto spesso siamo proprio noi donne a non batterci per far valere i nostri diritti. Se uno viola le regole, è giusto che ne paghi le conseguenze, soprattutto se si tratta di un personaggio pubblico di fama internazionale.

Il mio ex capo, finiti i tre mesi di  prova, mi disse; e ora quanti mesi passeranno prima che tu vada in maternità? Probabilmente le sue intenzioni non erano malvagie, ma io mi sono sentita in forte imbarazzo e difficoltà in quel momento, visto che la domanda alludeva ad una sfera molto delicata e privata. Quando l’ho raccontato alla mia amica Helen, è rimasta basita, e mi ha consigliato di riportare l’accaduto alla preside, data la chiara natura sessista e discriminatoria di un commento del genere. Per me, che vengo dall’Italia, non si trattava che di normale amministrazione.

Astraendosi dal personale e guardando i dati mondiali si scopre che il gender gap, divario di genere, è tutt’altro che una fantasia. Oggi solo il 30% dei ricercatori mondiali è di sesso femminile (nel sito dell’UNESCO potete esplorare i dati relativi ai singoli paesi qui).

Tin Hunt, ha dichiarato pochi giorni dopo la disgraziata conferenza che il suo era uno scherzo, ed ha pubblicamente chiesto scusa, durante una popolare trasmissione radiofonica. Non ha comunque ammesso di sentirsi pentito della sua battuta poco felice, ha solo sottolineato il fatto di essere stato frainteso, come a dire che il pubblico di donne a cui si rivolgeva non era stato in grado di capire la sfumatura ironica delle sue parole. Allo stesso tempo le scienziate di tutto il mondo hanno cominciato a twittare foto spiritose scattate in labarotorio con l’hashtag #distractinglysexy.

Anche il mio dipartimento ha aderito a questa spiritosa campagna, e alcune mie colleghe, studentesse, ricercatrici ed io stessa abbiamo acconsentito alla pubblicazione delle nostre foto nel blog della scuola (per veder le foto clicca qui). Il giorno seguente si è scatenato l’inferno. La prima a denunciare l’inopportunità dell’iniziativa è stata proprio una donna, sottolineando il pericolo di dare un’immagine poco professionale, e un’ inappropriata, secondo lei, adesione ad una caccia alla stregone.

Per fortuna la maggioranza dei commenti dei colleghi e colleghe è stato positivo, e alla fine le foto non sono state rimosse. In fin dei conti si tratta solo di una risposta ironica a dei commenti scherzosi, a quanto pare.

L’uragano Hunt si è dileguato, per il momento. Restano i problemi e i dati sconfortanti con cui ci confrontiamo ogni giorno.   diversity-in-science-where-are-the-data

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