Gossip archeologico

Cari lettori e lettrici immaginari/e, oggi vi racconto di come non ci sia pace per i morti, neanche per quelli nelle cui vene scorreva sangue blu. Non so se vi ricordate che nel febbraio 2013 un team di archeologi dell’Università di Leicester, il cosiddetto Grey Friars research team, aveva annunciato che le ossa scoperte in un parcheggio di un centro commerciale nell’agosto 2012, fossero attribuibili senza ombra di dubbio a niente poco di meno che Riccardo III (che chiamerò Richard, visto che siamo in confidenza).

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Le ossa di Riccardo III. Il fatto che soffrisse di scoliosi e’ abbastanza evidente.

Insomma gli archeologi forensi sono un equivalente dei poliziotti di CSI, pronti a scavare, nel vero senso della parola, nel torbido passato di scheletri e mummie. Nel caso dei resti di Richard gli indagatori hanno utilizzato per l‘identificazione il DNA mitocondriale, passato dalla madre, e poi dalla sorella ai  discenti odierni del re.

Per la prima volta la micro tomografia X computerizzata è stata applicata allo studio di resti archeologici, pur essendo stata utilizzata a scopo medico fin dagli anni 70. In questo caso è servita, ad esempio, a rivelare le ferite che sarebbero costate la vita a Richard, vicino al punto di giuntura fra la testa e la spina dorsale, insieme ad altre meno importanti provocate da una spada e da un’alabarda.

Lo studio delle ossa ritrovate ha permesso di ricostruire la fisionomia di Richard. Per i canoni di bellezza comuni non doveva essere esattamente un adone. Non sfuggirebbe neanche ad un occhio inesperto la pronunciata scoliosi di cui era affetto il re, e che appare evidente anche nella deformazione delle singole vertebre. Richard cominciò ad “incurvarsi” durante l’adolescenza, e anno dopo anno la sua condizione peggiorò, in un processo degenerativo, che gli avrebbe causato addirittura problemi respiratori.

Una scansione del teschio è stata utilizzata dalla professoressa Caroline Wilkinson (una delle mie amate protagoniste di “History Cold Case”) , dell’università di Dundee, per ricostruire i muscoli e la pelle con una tecnica chiamata stereolitografia.

Le analisi del carbonio 14 indicano una datazione tra il 1430 e il 1460, certamente non oltre il 1530, risultato in linea con le ipotesi di morte di Richard nel 1485, ma ancora più interessanti sono i risultati delle analisi del rapporto degli isotopi stabili come l’N15 e il C13. Grazie ad essi infatti si è potuto determinare la dieta di Richard. Il re mangiava sano e in maniera variata, assumendo una discreta quantità di pesce.

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Jo Appleby dell’Universita’ di Leicester presenta I risultati delle analisi sui resti che si sono rivelati essere quelli di Riccardo III. (AP source)

IL “MISTERO” DEL CROMOSOMA Y

Nel frattempo le analisi genetiche sono andate avanti. Gli scienziati-archeologi hanno infatti deciso di comparare il cromosoma Y del re ritrovato sotto il parcheggio e quello di cinque individui anonimi imparentati con Henry Somerset (1744-1803), duca di Beaufort, che asseriva di essere un discente di Eduardo III, il bis bisnonno di Richard. Siccome il cromosoma Y viene trasmesso da padre a figlio dovrebbe risultare simile a quello dei discendenti di Henry.

Ma è proprio a questo punto che, come in ogni sceneggiato poliziesco che si rispetti, il colpo di scena è dietro l’angolo. I risultati dei test genetici hanno evidenziato che non c’è nessuna somiglianza tra i due termini comparati.

Insomma da qualche parte nell’albero genealogico di questa nobile famiglia c’è stata una nobildonna che ha commesso adulterio, per dirla con parole gentili. A questo punto la questione si fa complicata, e la trama della storia si ingarbuglia ancora di più. Ci sono 19 legami nella catena tra Richard e Henry, e la probabilità che un anello della catena si sia interrotto è la stessa per ognuno di essi.

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Ricostruzione facciale di Riccardo III, prodotta dall’Università di Dundee, basata sui risultati delle analisi sulle ossa ritrovate a Leicester.

Da un punto di vista storico, trovare il punto di discontinuità avrebbe importanti risvolti. Ci sono 5 legami tra Richard e Edward III, l’antenato comune, e successivamente con John di Gaunt, ma la maggioranza dei legami è nella linea dei Somerset e dei Beaufort. Nel caso che la catena si sia spezzata tra Richard e Edward, la questione si farebbe interessante, perché l’appartenenza alla linea di sangue dei  Plantageneti verrebbe messa in dubbio per diversi monarchi.

Da un punto di vista statistico è molto probabile che la rottura sia avvenuta nelle generazioni successive a John di Gaunt. Il legame a cui gli storici, e quindi gli scienziati sono più interessati è quello tra Edward II e suo figlio John di Gaunt, perché dette la luce a Henry IV, alla base della dinastia dei Tudors (quella ad oggi regnante).

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Albero genealogico della famiglia di Richard III e dei suoi discendenti che hanno partecipato allo studio da l’articolo apparso su Nature, “Identification of the remains of King Richard III”, Turi E. King, Gloria Gonzalez Fortes, Patricia Balaresque, Mark G. Thomas, David Balding, Pierpaolo Maisano Delser, Rita Neumann, Walther Parson, Michael Knapp, Susan Walsh, Laure Tonasso, John Holt, Manfred Kayser, Jo Appleby, Peter Forster, David Ekserdjian, Michael Hofreiter & Kevin Schürer

Parlando al Science Museum di Londra qualche settimana fa, Turi King, una studiosa di genetica che ha lavorato al caso sin dall’inizio, ha rivelato gli ultimi tentative fatti per risolvere il mistero. Patrice de Warren, un uomo che vive in Francia, e che è in grado di tracciare la sua linea dinastica fino a Richard III, tramite il figlio illegittimo Geoffrey, Conte di Anjou (113-1151), si è reso disponibile al test del DNA.

King sapeva che se il cromosoma Y di de Warren fosse coinciso con quello di Henry Somerset, avrebbe avuto la prova che l’adulterio che spezzò la linea  maschile sarebbe avvenuto tra Edward III e Richard III. Viceversa, se il cromosoma Y fosse risultato uguale a quello di Richard, la linea dinastica si sarebbe spezzata tra Edward III e i Somerset.

I risultati delle analisi non hanno fatto pendere per nessuna delle due ipotesi. La studiosa afferma sulle pagine del The Guardian che “Il cromosoma Y di De Warren non coincide né con quello di Richard III né con quello di Henry Somerset, quindi da quella parte nella linea dinastica ci deve essere un’altra falsa paternità. Questa scoperta ha fatto infittire il mistero ancora di più. Il problema è che non possiamo dire dove e quando il fatto sia avvenuto nell’albero genealogico.”

Ma la speranza è l’ultima a morire, e le indagine sono tutt’altro che concluse. Il prossimo passo potrebbe essere quello di testare il cromosoma Y di altri individui appartenenti alla famiglia De Warren in USA e Australia, e degli uomini nella famiglia allargata del Duca di Beaufort, opzione estremamente vantaggiosa rispetto all’ipotesi di riesumare una larga quantità di cadaveri.

Sarà forse perché finalmente lavoro a stretto contatto con ricercatori che parlano continuamente di queste cose, e per i quali collagene, pollini, DNA, e C14 sono argomenti di conversazione in pausa pranzo, ma alla fine delle fiere, ed al di là dell’evento mondano del funerale nella cattedrale di Leicester, avvenuto il 26 marzo 2015, io mi sono appassionata alla storia del cromosoma Y, e come una di quelle donnine che si leggono “Chi?” dalla parrucchiera, non vedo l’ora di scoprire chi è, o sono, il cornuto/i.

Se l’avvincente vicenda del patrimonio genetico di Riccardo III, dei suoi avi e dei suoi successori ha risvegliato anche la malalingua che è in voi, vi segnalo la mostra  dove sono esposte le ultime novita’ e scoperte riguardo la sua morte, vita e il suo DNA, al Science Museum di Londra, e un libro appena uscito dal titolo “The bones of a king” , “Le ossa di un re”, curato dal gruppo multidisciplinare di esperti che ha portato avanti le ricerche.

Ah, per inciso, non sarebbe l’ora di farla finita con la nobilta’, anche nel democratico e moderno Regno Unito?

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