Del perché il mondo ha bisogno di più scienziate

Cari lettori, ma soprattutto lettrici, immaginari-e, visto che oggi è la festa della donna, ovvero il giorno internazionale delle donne, voglio pubblicare la traduzione di un articolo scritto da Marguerite Del Giudice, apparso sul National Geographic, nel novembre 2014.

E’ importante sottolineare che l’articolo riguarda prevalentemente la situazione degli USA, ma penso sia una lettura interessante anche per chi vive altrove, sia si tratti di una lettrice che di un lettore.

Spero che questo giorno non sia un pretesto per omologarci ai comportamenti maschili e del mercato, ma per ricordarci che la battaglia per l’eguaglianza è ancora in atto, e non solo per noi donne, ma anche per tante altre minoranze, delle quali, spero, ci faremo portavoce e alleate.

Prima di passare all’articolo serio e lungo, vorrei riportare un pensiero di Rosa Luxemburg, colei che, pare, abbia scelto l’otto marzo per ricordare le lotte delle donne nel mondo per l’affermazione dei propri diritti.

IL VERO GESTO RIVOLUZIONARIO E’ CHIAMARE LE COSE CON IL LORO VERO NOME”.

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Jane Goodal, una delle scienziate più famose nel mondo, ha dovuto combattere per vedere riconosciuta la sua autorità nel campo della primatologia. Una volta un editore di National Geographic la definì, la “ragazza bionda che studia le scimmie”. (Foto di Hugo Van Lawick per il National Geographic)

Del perché il mondo ha bisogno di più scienziate

Nonostante i crescenti segnali che i risultati delle ricerche e la salute delle donne abbiano risentito di pregiudizi, si sta propagando una nuova spinta per un maggior coinvolgimento delle donne in ambito scientifico.

James Gross, un professore di psicologia alla università di Stanford, ha una figlia di 13 anni, appassionata di matematica e scienze. Ancora non ha realizzato che la sua passione risulta inusuale. Suo padre afferma: “Sono certo che se ne renderà conto nei prossimi anni. E’ già stata selezionata per attività extracurriculari, che frequenta insieme ad un altro paio di ragazzini”. E visto che Gross è uno studioso di emozioni di professione dice “So che più il tempo passa, più si sentirà sola, nei panni di una ragazza che ama la matematica e le scienze- e di essere a rischio di dover restringere il campo delle sue scelte prima di aver potuto provare quanto lontano sarebbe potuta andare.”

Le preoccupazioni di Gross riguardano un argomento scottante nel mondo della scienza: perché ancora oggi il numero di scienziate è così basso? E quanto questo può influire su quello che impariamo dalla ricerca? Le donne oggi rappresentano la metà della forza lavoro nazionale, si diplomano e si laureno in numero maggiore rispetto agli uomini, e secondo alcune stime, rappresentano il più grande motore economico del mondo.

Nonostante questo, il divario di genere in campo scientifico sussiste ancora, più che il altri ambiti, in particolare nell’informatica e nell’ingegneria. Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica degli USA, le donne che lavorano nel campo cosiddetto STEM, Scienze, Tecnologia, Ingegneria (engineering in inglese), e matematica, erano il 7%, e sono arrivate a toccare il 23% nel 1991. Dopo due decadi, nel 2011, le donne son oil 26% della forza lavoro. Non che le donne non siano volute. “Non conosco nessuna istituzione che oggi non cerchi di impiegare più scienziate e ingegnere”, dice uno storico della scienza.

Ma diversi ostacoli culturali continuano a mettersi nel mezzo- dalle ragazzine guidate verso altre professioni fin da piccole, ai pregiudizi, alle molestie sessuali sul lavoro, fino agli effetti negativi della maternità sulla carriera accademica. Quindi è apprezzabile una qualche differenza quando c’è una carenza di donne nella ricerca scientifica? Per esempio, può portare ad una disparità nella qualità del servizio sanitaria offerto a discapito delle donne.

E’ ormai cosa certa che innumerevoli casi di donne con problemi cardiaci siano stati erroneamente diagnosticati. Questo perché quello che sappiamo ora, è stato ignorato per anni: i sintomi delle malattie cardiovascolari sono diversi in caso si tratti di uomini o di donne. Lo stesso è avvenuto per le dosi prescritte di farmaci come statina e sonniferi. Essendo basate su test clinici effettuati prevalentemente su uomini di taglia media, le donne hanno riscontrato effetti collaterali maggiori. Questi dosaggi mal calcolati spesso rimangono sconosciuti a lungo, mentre il farmaco rimane sul mercato. L’anno scorso l’ente Americano per il controllo del cibo e dei farmaci ha consigliato alle donne di dimezzare le dosi dei sonniferi Ambien, dopo aver scoperto che il principio attivo rimane nel corpo femminile più a lungo che in quello maschile.

Si è trattata di una svista intenzionale? No. Il fatto di non includere il sesso come variabile, è un errore di routine. Per generazioni il modello usato nella ricerca biomedica per mettere a punto medicine e altri prodotti, è stato plasmato su un individuo maschio di taglia media, storicamente la figura di riferimento di Gray’s Anatomy, il primo libro di testo di anatomia del 1850.

Persino i ratti e gli animali usati negli esperimenti sono prevalentemente di sesso maschile. Per anni i ricercatori si sono preoccupati del fatto che le fluttuazioni ormonali femminili potessero alterare i risultati dei test, e hanno fatto l’assunzione che i test su esemplari maschi sarebbero risultati più affidabili. Il risultato è stato che “la variabile più importante, il genere, è stata sistematicamente ignorata e non valutata, insieme a tempo, temperatura, etc, anche nel caso di malattie specificatamente femminili”, afferma Teresa K, Woodruff, direttore dell’istituto di ricerca per la salute femminile della Northwestern university.

L’istituto nazionale della salute Americano (NHI), l’ente primario responsabile della ricerca biomedical, sta correggendo questo errore procedural. L’NHI ha aanunciato nel Maggio scorso che finanzierà solo ricerche nelle quali venga presa inconsiderazione la variabile genere. Woodruff ha descritto questa norma come un “cambiamento di rotta”. “Questa è di sicuro la cosa più importante che l’NHI abbia mai fatto per la salute delle donne americane, a partire dal 1993 quando le donne sono state ammesse dal congress a far parte delle ricerche cliniche.

Uno studio della McGill university riguardante la questione di genere ha fatto scalpore la scorsa primavera. Lo studio ha rivelato che i ratti e i topi testati erano spaventati dai ricercatori maschi, per qualcosa a che fare con l’odore emanato. I roditori erano così stressati dai ricercatori- e anche dalle ricercatrici che indossavano i vestiti che i ricercatori avevano usato per dormire- che perdevano la sensibilità al dolore, invalidando così i risultati del test e mettendo in dubbio esperimenti precedenti. In questo caso non si trattava del sesso delle cavie da laboratorio a fare la differenza, ma quello del ricercatore.

Genere e natura della scoperta

La nuova presa di posizione del NHI è stata definite dalla storica Londa Schiebinger, “un’innovazione di genere”, che renderà la scienza più importante per le donne. “Possiamo interessarci alle donne e le scienze, e la loro partecipazione, e quante sono e dove. Ma la grande differenza è che conoscenza e tecnologie abbiamo? Qual’è il risultato? Per chi sono disegnate le cose?”. Schiebinger è leader del movimento Gender Innovations, una collaborazione internazionale fra naturalisti, ingegneri e esperti di genere.

Il suo obiettivo è sfruttare il potere creativo dell’analisi di genere per scoprire nuove cose. Il sito internet presenta alcune decine di casi di studio che prendono in considerazione le differenze di genere in aree come la ricerca sulle cellule staminali, le tecnologie per assistere gli anziani, e il miglioramento della diagnosi e del trattamento dell’osteoporosi maschile, una vasta popolazione completamente ignorata. Un esempio riguarda il miglioramento dei trasporti pubblici per renderli più efficienti e reattivi.

L’innovazione di genere sarebbe il fatto di impiegare ingegneri civili, durante il processo di raccolta dati per la formulazione degli orari di treni e bus, che considerino quella che Schiebinger chiama “la mobilità della cura”, cioè persone che lavorano durante il corso del giorno, ma si spostano anche per prendersi cura dei bambini, anziani, e della casa. Non è una categoria di analisi tipica. Uomini e donne che si spostano solo per lavoro tendono ad andare al lavoro, e da lavoro a casa. Ma alcuni di loro svolgono anche mansioni di cura al di fuori del lavoro. “Hanno l’inclinazione a spostarsi da casa alla mansion di cura al lavoro. Sulla via del ritorno di solito si fermano a fare la spesa, ed altre commissioni, svolgono altre mansioni di cura e infine tornano a casa”.

Schiebinger asserisce che gli scienziati stiano rispondendo positivamente, e nuovi risultati stanno enfatizzando l’importanza del genere nella ricerca. Un team di ricerca che stava testando una terapia basata sulle cellule staminali sui topi, ha dovuto farsi da parte dopo che tutti i topi maschi sono morti. I ricercatori avevano usato topi di sesso maschile e femminile, ma incosciamente, solo cellule staminali femminili. Dopo aver ascoltato l’intervento della Schiebinger ad un evento in Norvegia un membro del team di ricerca le ha detto “Oh! Probabilmente avremmo dovuto usare sia cellule staminali femminili sia maschili”. Venti anni fa, “nessuno voleva ascoltarmi” dice la Schiebinger. Ora sono tutt’orecchi.

Il potere della collaborazione

L’inclusione del fattore genere nella ricerca scientifica ha la potenzialità di attrarre più donne nelle scienze, dice la Schiebinger, perché le carriere professionali di ricerca possono diventare rilevanti per le donne. Afferma che nel momento in cui più donne vengono coinvolte in un certo area di studio, o in un campo storicamente dominato dagli uomini, la conoscenza generale in quella disciplina aumenta.

“Ci sono un sacco di posti dove si può dimostrare un link diretto tra un maggiore numero di donne e maggiori risultati in termini di comprensione dell’argomento” afferma. “Storia, primatologia, biologia, medicina”. Si tratta di un’idea che combacia con un considerevole cambiamento che sta avvenendo nel modo in cui le indagini scientifiche sono portate avanti dai gruppi di ricerca. “La collaborazione è oggi il fondamento di molte ricerca nel campo STEM….questo è un enorme cambiamento”, afferma Beth Mitchneck, alla guida del prograama Advance della fondazione nationale delle scienze, che supporta le donne nella loro carriera accademica in materie scientifiche e pruomevere il cambiento istituzionale.

In ambito scientifico, l’immagine stereotipata del genio ricercatore che fa scoperte straordinarie lavorando in solo, ha lasciato il posto a un modello più cooperativo, nel quale la ricerca è veramente fatta in team. Sempre più di frequente questi gruppi sono composti da scienziati provenienti da campi diversi. Questo è quello che è avvenuto nel progetto genoma umano, il cui goal era quello di mappare tutti I geni degli esseri umani. Ha avvicinato ricercatori provenienti da campi come biologia, chimica, genetica, fisica, matematica e informatica.

Rendere partecipi più donne, e più “identità sociali”- omosessuali, afro americani e sudamericani, persone con disabilità fisiche, e altri- può arricchire la creatività e la visione dei progetti di ricerca e aumentare le probabilità di ottenere una vera e propria innovazione, dice Scott Page, professore che studia la diverità in sistemi complessi alla Università del Michigan. Da questo punto di vista, il mondo corporativo sembra essere più avanzato di quello scientifico. Secondo la storia di copertina di maggio del giornale Atlantic Montly, “Circa sei studi globali hanno stabilito che le compagnie che impiegano donne in largo numero hanno prestazioni migliori dei loro concorrenti in ogni misura di profitto”.

Alfred Eisenstaedt, Time & Life Pictures, Getty Images

Richel Carson, studiosa ed esperta di scienze ambientali, che denunciò l’uso indiscriminato di DDT e di altri pesticidi nel suo libro “Silent Spring”, avrebbe ottenuto un dottorato in biologia alla università Johns Hopkins se non fosse stata sovraccaricata da tre lavori e la responsabilità di prendersi cura della madre. (Foto Alfred Eisenstaedt, Time & Life Pictures, Getty)

La cultura del Bro-Coding (cameratismo maschile)

L’informatica è uno dei campi con la più bassa presenza di donne. Più della metà degli utilizzatori di internet sono donne, e le donne adottano entusiasticamente la maggioranza delle nuove tecnologie. Ma il numero di lauree prese in informatica prese  donne sta calando: rappresentano meno del 20% del totale dei laureati in questo ambito, secondo dati analizzati dalla Fondazione Nazionale di Scienza. Come risultato internet viene creato e sviluppato primariamente da uomini bianchi e asiatici.

La maggioranza degli ambienti lavorativi è permeato da una cosiddetta cultura di bro-coding, cameratismo maschile, tipica della Silicon Valley, che pervade anche il tempo libero, e nella quale ci si aspetta che si lavori anche quando non si è a lavoro. “Ci si può chiedere: questo ha delle implicazioni?” dice Page, riferendosi alla omogeneità della forzo lavoro tecnologica . Le implicazioni riguardano il modo in cui social media come Twitter, Facebook e i siti di incontri, sono stati concepiti, visto che i loro creatori sono in maggioranza uomini eterosessuali.

Anche se i programmatori cercano di porre le dovute attenzioni a questo problema, è difficile immaginare che il loro modo di interpretare le cose non sia affetto dal loro genere”. Non ci sono nemmeno molte donne tra le fila degli ingegneri (anche se il numero varia a seconda della branca considerate, con poche donne ingegneri elettrici e meccanici, e più donne ingegneri civili, biologici, e chimici). Le donne hanno ricevuto il 45 % di tutti le lauree di dottorato nel 2012, ma solo nel 22% dei casi si trattava di una laurea in ingegneria. Come cambia le cose questo dato?

Cambia le cose nel modo in cui guardiamo a come i problemi scientifici coinvolgano tutti, bambini, donne, e uomini. Cosa la scienza decide di risolvere e per chi le cose vengono ideate ha molto a che fare con l’indagine scientifica. Ci sarà più interesse a portare avanti line di ricerca per la messa a punto di medicine per la calvizie maschile o per una cintura di sicurezza che non cause danni al feto nel caso di incidente in cui sia coinvolta una donna incinta?

Gli studiosi dicono che sono necessarie più donne nella ricerca scientifica per aumentare il ventaglio di invenzioni e scoperte, fatto dovuto al modo di approcciarsi ai problemi diversamente dagli uomini. “Guardiamo a come si sta evolvendo il settore delle “case intelligenti”, dice il pro-rettore e professoressa di studi di genere alla San Francisco State University, Susan Rosser. “Puoi avere il tuo riscaldamento connesso alle luci e all’allarme. Tutto sembra girare intorno al controllo. Questo non rappresenta le priorità di una donna, o quello che vorrebbe. Probabilmente una donna si chiederebbe se è possibile inventare una casa che si pulisca da sola”.

Non che gli uomini non vogliano inventare una casa auto-pulente, dice. Ma sono meno inclini a valutare questo tipo di ricerca come prioritario. Il fatto che le donne, di solito, vengano cresciute in modo più socialmente consapevole rispetto agli uomini sottolinea un’altra qualità non sfruttata delle donne, in particolare nel settore della leadership. Che differenza può fare un’intelligenza emozionale più ampia? Di norma, dice Gross, lo psicologo di Stanford, le donne tendono a manifestare più qualità “comunitarie” (incoraggiare buone relazione per fare comunità, creare un ambiente inclusive), mentre gli uomini mostrano più qualità “di azione” (dirigere, far sic he le cose accadano).

Aggiungere le capacità emozionali delle donne al mix, dice, può risultare “immensamente positivo” nella ricerca scientifica. Le donne sono ben rappresentate nelle scienze biologiche, psicologia, e medicina (in particolare nelle cosiddette “3 p”, pediatria, cure primarie, e psichiatrie, branche nelle quali la retribuzione è minore e il contatto con i pazienti maggiori che nelle altre professioni mediche). La matematica iraniana Maryam Mirzakhani dell’università di Satnford, è stata la prima donna a riceve il “premio nobel” della matematica, la medaglia Fields, istituita nel 1936. Ma anche in aree nelle quali il numero delle donne è alto, non sono proporzionalmente rappresentate tra i dirigenti.

“Non vogliamo soltanto avere più donne di talento. Vogliamo assicurarci che queste donne dalle abilità ben sviluppate non finiscano intrappolate, come sempre accade, a lavora a livelli bassi nei laboratori. Devono avere posizioni di dirigenza, direttamente sul campo”, dice Gross.

Il futuro di una figlia

James Gross ha una visione. E’ quella di un mondo in cui ragazze e ragazzi dotati si sentano liberi di scegliere carriere percepite come non appropriate per I loro generi- “per la semplice ragione che è per loro e meglio per la società”. Allo stesso tempo, fa quello che può per incoraggiare la sua figlia tredicenne a continuare a coltivare la sua passion per la matematica e le scienze, anche se realizzerà che il cammino che ha scelto non è usuale per una ragazza.

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2 risposte a “Del perché il mondo ha bisogno di più scienziate

  1. davvero a un uomo non potrebbe venire in mente una casa autopulente? Mah..comunque le donne hanno il pieno diritto di dedicarsi alla scienza se vogliono

    • L’articolo che ho riportato non sostiene che le donne non abbiano il diritto di dedicarsi alla scienza, semmai sottolinea il fatto che rimangano bloccate ai piani piu’ bassi del mondo accademico, sebbene la loro presenza nella ricerca sia cruciale. Se leggi bene l’articolo, riguardo alle case auto pulenti non dice che ad un uomo non potrebbe venire in mente di inventarle, ma che in una scala di priorita’ non sarebbe un’invenzione che metterebbe al primo posto. Grazie per il comment e ti prego di scusarmi per gli errori-orrori ortografici, ma sto scrivendo con una tastiera anglosassone!

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