Il collirio degli antichi romani

Pur sentendomi frustrata e triste oggi, ho letto una notizia che mi ha fatto gioire, seppure per poco, e quindi la voglio condividere con i lettori immaginari del mio blog.

Si tratta di una ricerca pubblicata sulla rivista dell’ “Accademia delle Scienze degli Stati Uniti” (Proceedings of the National Academy of Sciences, PNAS) e coordinata dalla scienziata dell’Università di Pisa, Erika Ribechini, chimica ed esperta nell’analizzare residui organici provenienti da ritrovamenti archeologici, utilizzando tecniche cromatografiche e la spettoscospia di massa.

a fix for sore eyes erikaribechini:PNAS

credits: PNAS

All’interno di un contenitore cilindrico, trovato nel Relitto del Pozzino (piccolo imbarcazione risalente al 130-140 a.C., scoperta vicino a Pisa), sono stati a loro volta ritrovati dischi composti da materiali organici che sarebbero stati utilizzati per curare le malattie degli occhi.  “La loro stessa forma rimanda all’etimologia della parola collirio, dal greco kolluria, piccolo panetti rotondi”, dice Erika Ribechini.

Gli studi portati avanti dalla ricercatrice pisana ed i suoi colleghi, hanno portato a scoprire che i componenti di questi medicinali antichi sono molto simili a quelli che troviamo nella formulazione dei farmaci moderni. Seppure in un breve trafiletto, ne riporta notizia anche una delle mie riviste preferite il “New Scientist”.

Le “pasticche” erano molto probabilmente utilizzate sotto forma di impacco e le analisi hanno svelato di cosa sono fatte: ossido di ferro, amido, cera d’api, resina di pino, una miscela di grassi di origine vegetale ed animale, e resti vegetali come fibre di lino, carbone, cereali e pollini. Ma due dei componenti fondamentali sono i carbonati di zinco idrozincite e smithsonite, minerali che si ritrovano anche nei farmaci per la pelle e per gli occhi di oggi.

L’ipotesi proposta nella pubblicazione è che i dischi ritrovati nel relitto (4 centimetri di diametro e 1 centimetro di spessore) venissero bagnati con dell’acqua e quindi tamponati direttamente sugli occhi.

Già durante la campagna di scavi subacquei, portata avanti durante gli anni novanta, era stata proposta l’ipotesi che si trattasse di antichi medicinali romani, come afferma lo stesso direttore dei lavori Enrico Ciabatti, «Le pasticche si trovavano in contenitori di stagno oggi in mostra al museo archeologico di Piombino accanto c’erano strumenti utili alla medicina: tutto lasciava pensare di essere davanti a una cassetta di pronto soccorso, l’attrezzatura forse di un medico di bordo. Ricordo che nel laboratorio del primo restauro c’era odore di spezie».

Non so a voi, ma a me tutto questo fa sentire meglio. Avrei voluto scrivere tante altre cose riguardo a questa interessante ricerca, carissimi lettori immaginari, ma purtroppo non ce la faccio. Molti penseranno che si tratti di una ricerca priva di grande interesse e fascino., ma da parte mia mi sento comunque di ringraziare Erika Ribechini e il suo team per avermi tirato su di morale, in questa depressiva e nevosa domenica.

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