Esistenzialismo da bidè

Ieri faceva più caldo del solito. E noi tutto fare internazionali “ospiti” di famiglie britanniche, eravamo felici. Soprattutto le ispaniche e le italiche: sole, caldo e la possibilità intravista di mettersi una maglina a maniche corte, anche per noi donne non abituate al freddo. Nonostante tutti i casini, i pensieri, le ansie e i sogni mai dimenticati di ognuna di noi, eravamo tranquille e soddisfatte dell’inaspettato innalzamento delle temperature.

Nelle categorie sfigate e esime della società si crea un senso di solidarietà ed una capacità di godersi le piccole cose, che la gente senza pensieri e problemi di sussistenza ed esistenza, spesso e per assurdo, si scorda. In pochi mesi queste ragazze piene di vitalità, speranze e semplicità sono diventate quello che di più simile ho ad una famiglia.

Giornata di pensieri, somme, spostamenti e birra. Ho incontrato anche i volontari di “Reading Palestine Solidarity Campaign”. Abbiamo chiacchierato tra di noi, e con le solite persone che non hanno idea dell’esistenza della Palestina e che pensano che chiunque sia nato in un paese di fede mussulmana dovrebbe essere buttato in unico calderone in quanto terrorista. Altre facce amiche, altri gesti e modi di fare familiari.

Mentre camminavo per le strade affollate dal popolo dello shopping obbligatorio del sabato, pensavo a cosa fare e non fare, le solite cose insomma sulle quali rimugino da circa 10 anni, alla ricerca di un modo per campare che sia compatibile con le mie inclinazioni e le mie lotte, la mia sete di giustizia, e i miei sogni.

Poi sono andata nel mio rifugio. So che posso trovare un posto del genere ovunque vada, e qui sono luoghi speciali, dove altri disadattati che amano sfogliare libri e giornale come me, possono trovare requie. La biblioteca di Reading. Mi siedo, tiro fuori i miei quaderni, l’astuccio, mi guardo intorno e trovo conforto nelle facce assorte della gente. Cercare annunci, vedere se c’è qualche corso o soluzioni ad un passo da me. Pensare che comunque se sono riuscita a campare con 433 euro al mese, ce la potrò sempre fare e sentirsi sollevata. Accantonare la voglia di fare un lavoro che mi dia soddisfazione per sceglierne un altro che mi dia sicurezza, ma che comunque non c’è. Nel frattempo grammatica a go go, che qualsiasi cosa mi capiti di fare, l’inglese è fondamentale.

Alla fine fare l’aiuto cuoco-cameriera non mi dispiace. L’ho sempre detto a quelli che mi dicevano “ma che fai accetti questi lavori, te che hai studiato?”. Mi piace perché ha a che fare con il cibo, e permette di conoscere persone che hanno storie e modi di fare diversi. Quello che non mi piaceva di quei lavori era l’assenza di contratto, garanzie e diritti. Ma se non dovesse essere così e avessi invece la possibilità di fare questo mestiere in un ambiente diverso? Mentre mi faccio queste ed altre tremila domande esistenziali, mi arriva un messaggio da R., basca, cicciottella, con un sorriso e una luce negli occhi che rimette a posto le giornate storte.

Raccatto carabattole e burattini, e mi dirigo veloce verso la stazione. Intanto penso a come sarebbe bello invitare tutto il club delle aupair a casa dei miei, accendere il forno, e fare una di quelle giornate a pizza e vino che finiscono con il collasso generale. Ricongiungere un altro pezzo di famiglia mondiale con le mie radici e celebrare la vita con il cibo e la festa all’italiana maniera. Mi piacerebbe che le aspettative e i sentimenti dei più deboli e sensibili venissero rispettati, soprattutto da chi si trova in una situazione avvantaggiata, anche se usualmente chi più ha, più si sente in dovere di umiliare gli altri. Chissà da dove proviene questa inclinazione, tutta umana e ben poco animale.

Immersa in questo intrigo di pensieri, sono dovuta tornare indietro due volte perché mi ero dimenticata prima la carta di identità, e poi un sacchetto con due magline da lavoro in biblioteca. Dopo aver fatto il solco lungo il percorso tra la stazione e la biblioteca, sono finalmente riuscita a prendere il treno per incontrare le mie “sisters” ispanico-slovacche. I nostri sabati pomeriggio-sera sono semplici ma pieni di ciane e risate, tanto quanto di progetti e farneticazioni oniriche sulla vita. Si dipanano tra un caffè Costa (il più economico) e il pub di R., dove oltre alle solite 4 o 5 membre del nostro club, di solito ci raggiungono vecchie aupair e i loro fidanzati, e alcuni giovani autoctoni in cerca di esotismo.

Alla fine della giornata, dopo un congruo quantitativo di birra, l’illuminazione divina: se mai dovessi decidere di mettere radici qui c’è una cosa fondamentale da fare. Mettere il bidè nel cesso della mia ipotetica casa, a dimostrazione della superiorità culturale italica.

p.s.: tutto questo esistenzialismo da bidè è in realtà dovuto al fatto che a causa del lavoro, ricerca di lavoro, studio, preparazione ad un colloquio, e colloquio stesso non ho avuto tempo di scegliere e documentarmi a dovere su un oggetto interessante.

bidet

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