La stampante 3D.

L’oggetto della settimana non è un bene culturale in senso stretto. Non si tratta di un quadro, né di una statua, né di un reperto archeologico bensì di una stampante. Durante le mie vacanze di Natale abbreviate e posticipate sono andata per la prima volta, dopo tanto tempo che agognavo di andarci, al Science Museum of London. Tra le varie installazioni e le miriadi di oggetti in mostra, ad un certo punto io ed il mio accompagnatore siamo arrivati in un’area dove venivano esposte una serie di recenti “invenzioni” dalle applicazioni promettenti.

Una di queste era una stampante in 3D. La nostra prima reazione è stata di ilarità: chi può essere interessato ad una stampante tridimensionale, e a che diavolo può servire? Sforzandosi di immaginare possibili applicazioni siamo riusciti a delineare una serie di campi applicativi, ma sempre e comunque ci siamo allontanati pensando che non fosse poi tutta questa grande invenzione.

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Pay iy Forward Printing Group, UCL, photo by Steven James Gray 2011

Una volta a casa ho fatto alcune ricerche ed ho realizzato che l’invenzione che per noi era poco importante, è stata definita dal “Telegraph” il mattone fondante della prossima rivoluzione industriale. Ho anche scoperto che la stampa 3D, messa a punto primariamente per scopi industriali, potrebbe diventare una tra le tecnologie più usate commercialmente, e cambiare del tutto il mondo del design.

Avendo una conoscenza basilare anche delle vetuste stampanti bidimensionali, scoprire il florilegio di stampanti 3D esistenti, in particolare del tipo RepRap, è stato sorprendente. RepRap sta per “replicating rapid-prototyper”, macchine che funzionano come una stampante normale, ma al posto dell’inchiostro “sputano” plastica fusa strato su strato, essendo così in grado di stampare i propri componenti costitutivi, autoreplicandosi.

La prima stampante RepRap è stata messa a punto da Adrian Bowyer dell’ Università di Bath, ed ha rappresentato un punto di svolta , in quanto  molto meno cara dei suoi precedenti e quindi in grado di affermarsi su una scala molto più ampia.

RepRap_'Mendel'

RepaRap “Mendel”, wikipedia.

Già nel 2009 presso il suddetto Science Museum si era tenuta un’esposizione curata dalla Digital Forming, durante la quale i visitatori erano invitati a produrre “con le loro mani” diversi oggetti come penne, lampade e spremiagrumi.

Questo tipo di tecnologia è risultata utile ai curatori del museo per ricostruire la “parte positiva” di un calco in gesso del 18esimo secolo, ritrovato durante i lavori di catalogazione e conservazione del museo. La copia 3D realizzata ha permesso di produrre una copia esatta del busto di James Watt che è stata esposta nella mostra “James Watt and our wourld”.

3D watt

Il busto 3D di Watt ottenuto con la tecnica SLS (Selective Laser Sintering), dal sito http://www.grad.ucl.ac.uk

Le possibili applicazioni utili della stampante 3D sono innumerevoli. Ad esempio quelle nel campo delle biotecnologie e dell’ingegneria medica, per la ricostruzione di organi e parti del corpo, usando tecniche a “getto di materie plastiche”. Addirittura, in un progetto dell’Università di Glasgow, le tecniche di stampaggio 3D sono state utilizzate per creare composti chimici nuovi. Prima sono realizzati i reattori da stampare, e poi i reagenti vengono spruzzati all’interno come “inchiostri chimici” che reagiscono tra loro.

L’applicazione più interessante per me, in veste di laureata in Scienze e Tecnologie per i beni culturali, è quella in ambito archeologico e storico. E’ infatti possibile con questa tecnica riprodurre parti mancanti di reperti, o oggetti dei quali si conosca precisamente l’aspetto. Un esempio di questo di tipo di studio è la ricerca condotta da Sergio Azevedo e dal suo team del Museo Nazionale del Brasile a Rio. Per mezzo di un CT scanner portatile (Computerised Tomography) è stata determinata l’esatta orientazione e forma di un osso fossile appartenente ad un animale sconosciuto. Dopo di che il reperto è stato portato in laboratorio e scannerizzato con uno strumento più raffinato. Infine è stata prodotta una copia completa stampando il file su resina. Si è scoperto che l’osso apparteneva ad un tipo di coccodrillo estinto 75 milioni di anni fa.

Questo metodo, che può essere considerato una variante della fotogrammetria, può essere molto utile sia a scopi didattici, sia nel caso si voglia studiare qualcosa che è celato in modo inaccessibile all’interno di un ammasso roccioso.

Per concludere è notizia di pochi giorni fa che la ditta di telefonia Nokia rilascerà i files con i modelli 3D dei Lumia, in modo che i clienti possano realizzare, stampandola, la propria cover.

Personalmente questa non mi sembra un’applicazione così importante e rivoluzionaria, ma con molta probabilità è più redditizia di quelle citate sopra. Del resto sono consapevole di essere una persona disadattata e anacronistica.

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