La villa di Mariani e Monet a rischio vendita

Ero da poco arrivata in UK e, come cerco di fare il più spesso possibile, sia qui che quando ero in Italia, stavo sfogliando un giornale (il Guardian in questo caso). Un’immagine ha attratto, all’improvviso, la mia attenzione: un olivo, che alla prima occhiata sembrava senza dubbio dipinto da Claude Monet. E in effetti si trattava proprio di un dipinto del celebre impressionista. Così ho letto il titolo “Owner fears expulsion from italian eden painted by Monet”. 

Monet Olivi

Studio di Olivi in Bordighera, Monet

Subito nella mia mente sono scaturite una serie di domande. Dove si trova questo luogo che sembra essere così ricco di interesse, e come mai rischia di essere rovinato per sempre? A queste e ad altre questioni ho dato parzialmente risposta leggendo l’articolo e facendo ricerche nelle settimane seguenti. Il paradiso del quale si parlava nell’articolo è Villa Mariani,  a Bordighera, in Liguria, una villa nella quale storia, arte e bellezza naturalistica si fondono insieme. La Villa deve il suo nome al fatto di essere stata la dimora e il luogo di lavoro dell’artista Pompeo Mariani (1857-1927), negli ultimi anni della sua vita.

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Autoritratto, Pompeo Mariani

La villa ospita l’omonima Fondazione, presieduta da Carlo Bagnasco, che nel 1994 acquistò la proprietà e ricevette l’incombenza di occuparsi del restauro e della valorizzazione di questa dimora, da parte di Stefania Scevak, ultima erede di Pompeo Mariani, e nel 1998 venne aperta al pubblico. La Scevak rifiutò proposte assai più allettanti ma acconsentì a vendere la proprietà a Bagnasco in modo da scongiurare eventuali cambi d’uso della villa. La stessa scrisse nel suo testamento,”Lui è stato il continuatore di Pompeo Mariani come fosse stato suo figlio”.

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Villa Mariani, vista dell’ingresso

Dal 2008 Villa Mariani è censita tra le 900 case d’artista sopravvissute, fruibili, conservate e visitabili a livello mondiale, e fa parte dell’Associazione Dimore Storiche Italiane (ADSI). Il cottage che costituiva il nucleo iniziale dell’edificio, fu costruito per volere della contessa Fanshawe  ad opera dell’architetto Charles Garnier, all’interno di quello che un tempo era l’antico Giardino Moreno. Il parco oggi è di circa un ettaro e al suo interno si possono ammirare diverse varietà di palme, piante esotiche, arance, mandarini, limoni e 80 esemplari di ulivi tra i 200 e i 400 anni. Claude Monet visitò Mariani nel 1884 e, sostando in vari punti del parco dipinse tre serie di dipinti: Vedute di Ventimiglia, Studio di piante di ulivo, Impressioni del mattino. In una lettera risalente a gennaio del 1884 scrisse: “Un giardino come quello è indescrivibile, è magia pura, tutte le piante del mondo crescono là, senza sembrare curate”.

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Giardino di Bordighera impressione del mattino, Monet

Mariani la raccolta delle olive a bordighera 1917

La raccolta delle olive a Bordighera, Mariani, 1917

Pompeo Mariani acquisi la struttura nel 1909 e lo fece ampliare dagli architetti Rodolfo Winter e Luigi Broggi, divenendo una struttura di circa 600 metri quadrati. Gli interni sono ancora oggi visibili nella loro interezza, e furono curati dal noto ebanista Eugenio Quarti, con l’aggiunta di manufatti di Giovanni Lomazzi e di una ringhiera eseguita dal maggior artista del ferro battuto del periodo Liberty, Alessandro Mazzuccotteli. L’Atelier dell’artista, che in seguito venne denominato Specola e oggi adibito a museo, fu allestito a partire dal 1911 sempre dall’architetto e amico di Mariani, Rodolfo Winter, che ne seguiì giorno dopo giorno la costruzione. Quando nel 1997 Bagnasco prese il possesso della proprietà, l’atelier era completamente vuoto. Dopo una lunga ricerca, buona parte dei materiali che componevano lo studio sono stati ritrovati negli angoli più reconditi della casa. Dopo un restauro integrale, durato quasi due anni, portato avanti in stretta collaborazione con la Sovrintedenza per i Beni Architettonici della Liguria e dello studio “Architetti di Alburno” di Bordighera. Nel 1960 il notaio Pompeo Lo Mazzi, erede dell’artista aveva eseguito una ridisposizione inverosimile, mentre la ricostruzione odierna, rifacendosi a foto dell’epoca di Mariani, è molto più aderente alla realtà storica.

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Villa Mariani, l’atelier

Ma veniamo alle dolenti note. La Fondazione Villa Mariani, nella persona di Carlo Bagnasco, e la società proprietaria dell’immobile, la Museum,, hanno accumulato un debito pregresso di 1 milione di euro (spesi per le operazioni di restauro), avanzato dalla banca Monte dei Paschi di Siena, che si è fatta viva nel 2010. Da quel momento la fondazione ha tempo 18 mesi per mettersi in pari con i pagamenti, versando subito 200.000 euro e poi finendo di pagare quanto dovuto a rate.  Se Villa Mariani  finisse nelle mani della banca toscana, verrebbe venduta e trasformata in quei 32 appartamenti con 50 box sotterranei secondo un progetto già predisposto alcuni anni fa dal geometra Vincenzo Palmero.

L’asta pubblica era stata fissata il 30 novembre 2012, partendo da una base di 16 milioni di euro, anche se Bagnasco aveva già iniziato la vendita di oggetti di Mariani a ottobre per scongiurare la perdita dell’immobile. I suoi legali si sono appellati all’articolo 495 del codice civile, secondo il quale si può bloccare il pignoramento pagando un quinto della cifra richiesta, in questo caso, 180 mila euro, denaro che a ottobre è stato consegnato durante un’udienza al Tribunale di Genova. Il giudice Roberto de Martino ha rimandato la decisione se accettare o meno questa somma al 15 gennaio 2013 ma allo stesso tempo ha indetto l’asta per il 30 novembre. “E’ una situazione kafkiana” ha detto Bagnasco. Come dargli torto?

La prima cosa che è mi è venuta in mente dopo aver letto questa vicenda legale, anche se non ho sviscerato completamente tutti i suoi meandri, è un episodio risalente a uno dei mie (tanti, troppi) esami universitari. Si trattava dell’esame di “Legislazione dei Beni Culturali”. La professoressa chiese ad una mia collega ed amica se in Italia possedere un bene culturale costituisse un vantaggio, anche in termini economici. La mia amica rispose con un secco “No”. A questa parola la professoressa assunse un’aria tra il basito e l’offeso e iniziò a sentenziare del come e del perché lo stato e la legge italiani tutelino i proprietari dei beni culturali. A giudicare da questo caso però, non sembra che le cose vadano esattamente come la teoria vorrebbe.

Cercando informazioni e leggendo articoli sulla vicenda di Villa Mariani, mi è capitato di leggere qua e là commenti di persone che sostengono il fatto che in Italia ci siano troppi musei e beni culturali. Ma cosa c’è che può essere valorizzato, anche economicamente, nel nostro paese oltre ai beni culturali (intesi in senso ampio e quindi anche dal punto di vista paesaggistico)? D’accordo, dobbiamo ripensare il nostro modo di promuovere la cultura, aprirci di più alle nuove tecnologie e rendere più collaborative le varie realtà coinvolte in questo campo.

Ma prendiamo il caso particolare di Villa Mariani. Il fatto di consentire che vengano costruiti appartamenti e box auto, rovinando l’identità e l’aspetto di un luogo artistico rinomato a livello internazionale, sarebbe una sconfitta e un lento rotolare verso il declino, che dovrebbe preoccupare tutti noi, non solo Bagnasco e la sua fondazione.

Anche perché l’intera vicenda può essere letta come una metafora del lento degrado di quello che un tempo era chiamato Bel Paese.

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