Gli esuli del clima

Due anni fa Marshall Burke dell’Università di  Berkeley segnalava una stretta relazione fra le variazioni annuali di temperatura in Africa e lo scoppio di guerre civili, pronosticando catastrofi alla luce del riscaldamento globale in corso, affermazioni che suscitarono un nugolo di polemiche.

Il mensile “Le Scienze” ha dedicato a questo tema un breve articolo di Giovanni Sabato (giornalista scientifico autore tra l’altro del libro edito da Laterza “Come provarlo? La scienza indaga sui diritti umani”), nel quale si parla degli effetti del cambiamento climatico.

Solomon Hsiang , insieme a Kyle C. Meng e Mark A. Cane, hanno proposto  su “Nature” il tentativo di un approccio quantitativo al fenomeno, analizzando da un punto di vista statistico le tendenze globali. Lo studioso ha esaminato le guerre civili scoppiate dal 1950 al 2004 nei 90 paesi tropicali interessati da El Niño: nelle annate di El Niño il rischio di conflitto in questi paesi cresce del 3%, mentre resta fisso negli 80 paesi non toccati dal fenomeno.

Lo studio va di pari passo con il rapporto annuale riguardante il cambiamento climatico globale ed il rischio ambientale connesso del centro studi Maplecroft. Nel comunicato sono stati inclusi i risultati riguardanti il Climate Change Vulnerability Index (CCVI), ovvero indice di vulnerabilità al cambiamento climatico, della concentrazione della popolazione, dello sviluppo, delle risorse naturali e della presenza di conflitti, ed e’ stato tracciata una mappa in cui il rischio e’ valutato per microsettori.

In termini più semplici, si tratta di una classifica dei paesi  a maggior rischio per gli effetti del cambiamento climatico globale, riguarda 193 paesi ed è stata stilata in base alla vulnerabilità ed alla capacità di adattarsi ai cambiamenti, in relazione all’esposizione della popolazione ai pericoli di inondazioni, carestie e altri fenomeni disastrosi.

Secondo la mappa del CCVI 2011, ci sono 30 paesi posti nella fascia “ad estremo rischio”. I primi dieci classificati sono i seguenti: Haiti, Bangladesh, Sierra Leone, Zimbabwe, Madagascar, Cambogia, Mozambico, Congo, Malawi e Filippine. L’Italia si è posizionata al centoventiquattresimo posto.

Il risultato più evidente di questo studio è che la maggioranza dei paesi con economie emergenti, e ad alto tasso di crescita della popolazione, paesi come il Bangladesh (secondo in classifica), le Filippine (decimo), il Vietnam (ventitreesimo), l’Indonesia (ventisettesima) e l’ India (ventottesima), sono fortemente a rischio rispetto agli effetti del  cambiamento climatico. (Per consultare la mappa ed avere ulteriori informazioni visitare il sito: http://maplecroft.com.)

Benché l’analisi statistica non dica nulla sui singoli conflitti, i risultati sembrano indicare che il clima possa influire sulle tensioni politico-sociali preesistenti o rinfocolare scontri già in corso. “Quando mancano i raccolti, è facile che la gente imbracci un fucile per sopravvivere”dice Hsiang. Per completezza d’informazione ricordiamo che il cosiddetto  El Niño è un fenomeno climatico ricorrente che si verifica nell’Oceano Pacifico centrale, che provoca inondazioni, siccità ed altre anomalie, anche noto con la sigla ENSO (El Niño-Southern Oscillation).

Anche Andrea del Testa, portavoce per la Toscana dell’associazione di volontariato A Sud (www.asud.net), ha scritto e pubblicato articoli sul tema dei rifugiati ambientali per riviste specializzate in intercultura e diritti umani. Del Testa sottolinea la difficoltà di studiare i flussi dei rifugiati ambientali soprattutto perché ancora oggi essi non sono riconosciuti a livello internazionale, anche se il termine “rifugiato ambientale” è ormai usato frequentemente all’interno della comunità scientifica.

“Bisogna prendere coscienza che i fattori climatici sono e saranno sempre di più un fattore  di spinta migratoria verso i paesi del nord del mondo. In questa ottica è necessario porre l’accento sulla complessità intrinseca del problema per orientare la ricerca scientifica e le politiche, sia ambientali che migratorie verso la consapevolezza che l’aumento dei flussi migratori nei paesi industrializzati non si esaurisce con le cause tradizionali che vedono le guerre e la povertà come unici fattori presi in considerazione” scrive in un articolo del 2009.

Alice Ughi

Tratto da due miei articoli  pubblicati sul quotidiano on-line NewNotizie:

http://www.newnotizie.it/2011/11/rifugiati-ambientali-gli-esuli-del-clima-studiati-da-un-punto-di-vista-statistico/

http://www.newnotizie.it/2011/11/pubblicato-lindice-di-vulnerabilita-al-cambiamento-climatico-haiti-e-il-paese-piu-a-rischio/

Alluvioni in India- Fonte: http://www.tg24sky.it.

 

 

 

 

 

 

Mappa di vulnerabilità al cambiamento climatico 2011, dal sito http://www.greenreport.it

 

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