La “batteria” di Baghdad: un mistero destinato a rimanere tale

Accade spesso che gli archeologi e gli scienziati si scontrino o vengano ostacolati nel loro lavoro dalla situazione politica e sociale del paese dove si trovano a lavorare. E’ il caso di alcuni oggetti misteriosi noti come “pile” o “batterie” di Baghdad: il primo esempio di questo tipo di oggetti ritrovato, e al momento non più reperibile, consiste in una giara di terracotta, alta circa 130 millimetri, contenente un cilindro di rame, all’interno del quale si trova una singola barra di ferro, isolata dal cilindro tramite un tappo di asfalto.

Il ritrovamento di questo strano oggetto nel 1938 si deve all’allora direttore del Museo Nazionale dell’ Iraq a Baghdad, il tedesco Wilhelm Konig, probabilmente all’interno del museo stesso, o presso il villaggio di Khujut Rabu, un sito Parti (224 a.c.-226 d.c.), vicino alla capitale. Konig ipotizzò che l’oggetto potesse essere una rudimentale pila, visto che il rame e il ferro costituiscono una coppia elettrochimica, la quale in presenza di un elettrolita genera una differenza di potenziale. Lo studioso identificò inoltre parecchi altri manufatti simili nella stessa zona e formulò una teoria secondo la quale le batterie sarebbero state collegate fra loro per aumentarne il rendimento al fine di usarle per metallizzare oggetti preziosi.

Dopo la seconda guerra mondiale nuove analisi portarono alla luce segni di corrosione dovuti all’azione di una sostanza acida, come aceto o vino. L’ingegnere Williard Gray in un esperimento riempì una copia del vaso con succo d’uva, e fu in grado di generare una corrente elettrica di circa 1,5-2 volt. Alla fine degli anni settanta un’equipe tedesca riuscì a metallizzare elettroliticamente un sottile strato di argento servendosi di una serie di riproduzioni della “pila ancestrale”.

Anche se ormai è ammesso da tutti gli studiosi che la “pila di Baghdad” era in effetti un dispositivo elettrico, la sua funzione rimane ignota. Chi costruì la pila, e a quale scopo? Negli antichi testi dei Parti ancora non sono stati individuati riferimenti a fenomeni elettrici né su un utilizzo diretto di questi oggetti, e le ipotesi sono quindi diverse.

Alcuni pensano che questi vasi fossero utilizzati dai sacerdoti, per una sorta di elettro-agopuntura a scopo terapeutico o rituale. Altri respingono del tutto l’idea di una cella galvanica ancestrale, e suggeriscono l’ipotesi che si trattasse di semplici contenitori da trasporto, il cui contenuto si è deteriorato nel corso dei secoli.

Circa una dozzina di questi recipienti, databili attorno al 225-640 d.c., erano conservati al Museo Nazionale di Baghdad. Vista l’attuale situazione di guerra e caos, e dopo la devastazione del suddetto museo, è assai probabile che questi manufatti celino per sempre il loro segreto.

Alice Ughi

Da un mio articolo pubblicato sul quotidiano on-line NewNotizie: http://www.newnotizie.it/2010/06/la-%E2%80%9Cbatteria%E2%80%9D-di-baghdad-un-mistero-destinato-a-rimanere-tale/

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